L’ARCHIVIO CENTRALE DELLO STATO
COMPIE 60 ANNI
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Sessant’anni fa, il primo aprile 1960, l’Archivio centrale dello Stato apriva per la prima volta le porte della sala studio nella nuova sede all’EUR. La prima tappa in questa direzione era stata tracciata dalla L. 13 aprile 1953 n. 340, che aveva modificato la denominazione dell’Archivio del Regno in Archivio centrale dello Stato, sancendone l’autonomia dall’Archivio di Stato di Roma. La seconda fu il trasferimento della documentazione dell’ex Archivio del Regno, prima dislocata in ben cinque differenti sedi, nel complesso monumentale progettato per l’Esposizione Universale del ‘42, rimasto incompiuto allo scoppio della seconda guerra mondiale e completato per ospitare l’Archivio.

Era il segnale di un rinnovato interesse per gli archivi contemporanei, e una tale varietà e quantità di documentazione diveniva il punto di partenza per nuovi indirizzi e filoni di ricerca. Da allora l’Istituto ha visto crescere notevolmente i versamenti di documentazione e gli utenti in sala studio, che dal 1993 ha accolto gli studiosi al primo piano dell’edificio, negli spazi disegnati dall’architetto Giulio Savio a cui fu affidata la ristrutturazione degli anni ‘90. I numeri parlano chiaro: nel 1966 si registrarono 224 domande di ammissione in sala studio e furono movimentati 3.188 pezzi; nel 2019 le domande sono state 1.650, mentre sono stati portati sulle scrivanie degli studiosi quasi 54.400 faldoni.

Per approfondire, si veda il contributo di Mirco Modolo “Dall’Archivio del Regno all’Archivio centrale dello Stato”, edito di recente nel volume M. Modolo, M.L. Sagù (a cura di), “Memorie della Nazione. L’Archivio centrale dello Stato (2015-2018)”, Roma, De Luca Editori d’Arte, 2019.

 

Ph: Stephen Natanson, 2019

Ultima modifica: 23 Aprile 2020 alle 13:06